Revenge Porn

Revenge Porn

Diffusione di immagini o video sessualmente espliciti: quando può parlarsi di reato?

Nel luglio 2019, il Parlamento ha introdotto una serie di novità legislative finalizzate a reprimere alcuni comportamenti lesivi libertà sessuale e morale delle persone.

Specificamente, il Legislatore, ha varato quello che è stato definito il ‘Codice Rosso’: un sistema di norme che – oltre a irrigidire il trattamento sanzionatorio per taluni reati già previsti dal codice penale (ad esempio, lo stalking) – ha introdotto diverse nuove incriminazioni, tra le quali figura la “diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti”, fattispecie oggi prevista dall’art. 612-ter c.p.

L’intervento normativo si è reso necessario in ragione della sempre più frequente verificazione – dovuta alla capillare presenza di strumenti informatici nella vita delle persone – di episodi in cui, per ragioni di rancore personale o di vendetta, si assiste alla divulgazione via internet di contenuti digitali afferenti all’intimità del proprio partner o di altra persona, senza che questi abbiano prestato il consenso alla loro diffusione.

Il nuovo reato, comunemente denominato revenge porn, ha una portata punitiva piuttosto ampia, perché si rivolge sia a chi produce e, per primo, diffonde il materiale pornografico, sia a chi lo riceve e, a sua volta, lo trasmette ad altre persone.

In particolare, il primo comma dell’art. 612-ter c.p. punisce il comportamento del soggetto che, dopo aver realizzato immagini o video a sfondo sessuale o averli sottratti alla vittima, li diffonda verso terzi (nella norma, più precisamente, si menzionano le condotte di chi “invia, consegna, cede, pubblica o diffonde”).

Il secondo comma, invece, punisce la persona – diversa da quella che realizza il materiale – che riceve o comunque acquisisce le immagini o i video dal contenuto sessualmente esplicito e, sempre senza il consenso delle persone interessate, li diffonde ad altri soggetti.

In questo secondo caso, però il soggetto che diffonde il materiale potrà essere punito solo se ha agito con l’intenzione di arrecare un danno alle persone rappresentate: evidentemente (in maniera più o meno discutibile), il Legislatore ha inteso evitare la sanzione penale per quelle persone che, dopo aver ricevuto un contenuto pornografico, decidano a loro volta di inoltrarlo, ma solo per ragioni di vanto o di divertimento.

Affinché le condotte in questione possano dirsi penalmente rilevanti, è necessario che l’immagine o il video si caratterizzino per tre requisiti.

  1. Innanzitutto, essi devono avere contenuto “sessualmente esplicito”. Il legislatore non fornisce una definizione di tale concetto, lasciando dunque all’interprete il compito di delinearne compiutamente il contenuto. A tal riguardo, l’opinione della giurisprudenza, maturata in relazione ad altri reati posti a tutela della libertà sessuale, è che un’immagine (o un video) si caratterizza per un contenuto sessualmente esplicito non solo quando rappresenta un’attività sessuale in atto, ma anche quando riprende parti del corpo umano che possono determinare l’insorgere di impulsi erotici.
  2. Per poter integrare il reato, inoltre, il materiale deve essere prodotto in un contesto riservato e, quindi, originariamente destinato a rimanere tale (si tratterà, quindi, di video/immagini realizzati perlopiù in un contesto di coppia).
  3. Infine, la divulgazione deve avvenire senza il consenso della persona interessata. Da qui, dunque, il termine revenge porn, che allude a un comportamento di natura vendicativa, posto in essere nei confronti di una persona, non consenziente rispetto alla diffusione del materiale, con cui si intrattiene un particolare legame affettivo.

Il trattamento sanzionatorio e le ipotesi aggravate del reato

Per entrambe le condotte punite dalla norma, è prevista l’applicazione di una pena detentiva che spazia da un minimo di 1 anno a un massimo di 6 anni, nonché la pena pecuniaria della multa da euro 5.000 a euro 15.000.

Sono poi previste due circostanze aggravanti.

La prima risulta applicabile alla quasi totalità dei casi di verificazione del reato, in quanto determina l’aumento della pena fino ad un terzo qualora il fatto venga commesso dal coniuge (anche se separato o divorziato) o da chi è affettivamente legato alla persona offesa, nonché qualora la diffusione del contenuto avvenga mediante strumenti informatici o telematici.

Un aumento di pena ancora più rilevante (da un terzo alla metà) è, invece, previsto nel caso in cui il reato sia perpetrato in danno di persona che si trovi in una condizione di inferiorità fisica o psichica o di donna in stato di gravidanza.

La tutela della persona offesa

Il reato – salvi i casi in cui il fatto venga commesso in danno di persona in condizione di inferiorità fisica o psichica o di donna in stato di gravidanza o quando sia connesso ad altro reato che determina la procedibilità d’ufficio – è procedibile a querela di parte.

La persona offesa, ossia colei che è rappresentata nelle immagini o video dal contenuto sessualmente esplicito, deve dunque manifestare alle Forze dell’Ordine o alla Procura della Repubblica la volontà che l’Autorità Giudiziaria proceda a perseguire il fatto di reato. In assenza di querela, non potrà essere avviato un procedimento penale nei confronti della persona responsabile dell’illecita diffusione del materiale.

La querela può essere proposta, personalmente dalla persona offesa o tramite un avvocato, entro sei mesi dalla conoscenza del fatto che costituisce il reato (in deroga alla disciplina ordinaria prevista dal codice penale, che impone la presentazione della querela nel più breve termine di tre mesi).

Merita una precisazione la disciplina prevista per la remissione (o, più comunemente, il ritiro) della querela.

Come generalmente previsto dal codice penale, la persona offesa – prima che sia pronunciata sentenza di condanna definitiva – può decidere di rimettere la querela presentata, ovverosia manifestare la volontà di non voler più procedere nei confronti della persona che ha diffuso le immagini o i video. Nel caso di specie, tuttavia, in ragione della delicatezza del reato e allo scopo di evitare che una simile scelta sia dovuta a pressioni subite della vittima, è previsto che la remissione possa essere formalizzata esclusivamente nel corso del processo dinnanzi al giudice.

Da ultimo, è opportuno segnalare che, nel corso del processo, la persona offesa potrà decidere di costituirsi parte civile, al fine di richiedere il risarcimento del danno derivante dalla diffusione illecita del materiale. La costituzione di parte civile dovrà avvenire entro l’inizio del dibattimento, per mezzo di un avvocato che rappresenti la vittima.